Racconto inserito nell'agenda letteraria 2010 Le opere e i giorni, editore Fabio Croce
Ma chi è quello lì
con quelle cosce come due autobotti?
Quello lì, quello lì
vicino al banco dei prosciutti cotti
Mina
Mezzogiorno di fuoco, come ogni sabato mattina al “super” – chiamato così per la consuetudine dei milanesi di abbreviare tutto - di via Rubattino. Sembra che tutta la zona di Milano est si dia ritrovo qui ogni sabato a quest’ora. La grande hall con frutta e verdura è ora una pista di autoscontri, con i carrelli al posto delle automobili con la bandierina dell’Italia o di altri paesi dell’Unione. C’è chi sembra divertirsi a spingerli e non sempre sono i bambini. C’è la coppia sulla sessantina che, leggermente disorientata e soprattutto scocciata di dover dividere pochi metri quadri con decine di persone, impiega buona parte del tempo nello strappare i sacchetti di plastica per melanzane e pere Williams e il doppio per pesarle, con puntuali lamenti silenziosi di chi sta in fila. Ci sono studenti del Poli che fanno la spesa della settimana, ma che non vedono l’ora di arrivare agli scaffali dei liquori e dei salatini per la festa di stasera a casa di qualcuno. Pochi i peruviani, i filippini o gli egiziani, che preferiscono i discount per i prezzi più bassi e i negozi etnici per cucinare cibi che ricordano la loro terra. I single hanno il cestino al posto del carrello perché comprano l’essenziale e sono sempre reperibili agli scaffali delle rapide e pratiche insalate in busta. Costano di più, ma vuoi mettere che bisogna solo aprirle e al massimo condirle? Anche loro però (...)
Racconti, satira e materiale per sopravvivere tra sesso, droga, politica. By Davide Valenti
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lunedì 9 luglio 2012
venerdì 6 luglio 2012
Filadelfia melting pot
Presentato per i 50 anni del primo supermercato a Torino. Vai alla fotogallery dello slideshow durante il mio reading
Al bancone di un bar di via Tunisi a Torino, tre uomini stanno bevendo ognuno il proprio caffè.Valentino ha quasi sessant’anni, è un ex ferroviere da poco in pensione, parla in dialetto con i suoi amici che incontra ogni pomeriggio per lunghi e litigiosi tornei di scopa all’asso, legge come ogni buon torinese la Busiarda (1) e in particolare lo “Specchio dei tempi” (2) ed è, suo malgrado, tifoso del Toro fino alla morte, anche se non si diverte più dal derby del 3 a 2 negli anni ’80. Il suo nome di battesimo non è casuale. Nel maggio del ’49, tragedia di Superga, sua madre era in cinta di lui. Suo padre, ammiratore del Grande Torino, andò come tutta la città ai funerali di quella squadra che entusiasmò il mondo e che dopo il disastro aereo divenne mito. Quel giorno decise, in onore di capitan Mazzola, che suo figlio (giacché, nonostante le ecografie ancora non esistessero, sapeva in cuor suo che sarebbe nato maschio) lo avrebbe chiamato Valentino. E suo figlio aveva sempre abitato in quel quartiere, a un passo dal Filadelfia, ereditando dal papà sangue granata, andando a seguire gli allenamenti quando non faceva turni di mattina, piangendo quando quello stadio zeppo di ricordi venne abbattuto. (...)
Al bancone di un bar di via Tunisi a Torino, tre uomini stanno bevendo ognuno il proprio caffè.Valentino ha quasi sessant’anni, è un ex ferroviere da poco in pensione, parla in dialetto con i suoi amici che incontra ogni pomeriggio per lunghi e litigiosi tornei di scopa all’asso, legge come ogni buon torinese la Busiarda (1) e in particolare lo “Specchio dei tempi” (2) ed è, suo malgrado, tifoso del Toro fino alla morte, anche se non si diverte più dal derby del 3 a 2 negli anni ’80. Il suo nome di battesimo non è casuale. Nel maggio del ’49, tragedia di Superga, sua madre era in cinta di lui. Suo padre, ammiratore del Grande Torino, andò come tutta la città ai funerali di quella squadra che entusiasmò il mondo e che dopo il disastro aereo divenne mito. Quel giorno decise, in onore di capitan Mazzola, che suo figlio (giacché, nonostante le ecografie ancora non esistessero, sapeva in cuor suo che sarebbe nato maschio) lo avrebbe chiamato Valentino. E suo figlio aveva sempre abitato in quel quartiere, a un passo dal Filadelfia, ereditando dal papà sangue granata, andando a seguire gli allenamenti quando non faceva turni di mattina, piangendo quando quello stadio zeppo di ricordi venne abbattuto. (...)
mercoledì 4 luglio 2012
Agosto
Pubblicato in "Racconti", Nicola Pesce Editore
Quella maledetta mattina del 2 agosto 1980 Stefano sentì lo scoppio della bomba alla stazione di Bologna fin dai portici dell’università, dove era insieme ad altre centinaia di ragazze e ragazzi come lui a cazzeggiare, a fumare, a prendere un caffè al bar in piazza. Lezioni ed esami erano finiti, ma ci si continuava a trovare lì davanti, in attesa di partire per le vacanze. In un primo momento nessuno capì cosa fosse successo. Poi, man mano che i minuti passavano, iniziò a filtrare qualche notizia. Infine, la paura, lo sconcerto, le mani nei capelli, che i ragazzi portavano ancora lunghi come negli anni’70 appena terminati, oppure a cresta per chi seguiva l’ondata punk arrivata da Londra nel ‘77. Anni duri a Bologna: contestazioni, violenza, autonomi, ma anche radio libere, creatività, pensieri e parole che così bene aveva raccontato Tondelli nei suoi romanzi. E il 2 agosto 1980 la strage, un’azione con un obiettivo senza nome né cognome, il sacrificio di vittime innocenti, il cuore del terrorismo nero in una città da sempre sintonizzata sull’opposta fazione.
Mille idee confuse e ad alta voce tra i ragazzi sotto i portici dell’università: andiamo in stazione, ma no che ci andiamo a fare, andiamo a sentire il tg, occupiamo il comune, che cazzo dite andiamo ad aiutare chi è sotto le macerie, ma che aiuto possiamo dare. In quel casino di opinioni lanciate al vento, Stefano guardò inconsciamente l’ora. Le undici meno un quarto. “Cazzo, venti minuti fa Chiara aveva il treno per Ferrara. Cazzo!”. Stefano si mise a correre, seguito dal suo amico Davide, che aveva capito subito dove fosse diretto. Non furono gli unici a correre verso la stazione, in quei minuti cominciò un pellegrinaggio frenetico e costante verso quel nodo di scambi ferroviari diventato poco prima un crocevia di morte. Quando arrivarono nel piazzale, videro davanti a sé il caos. I primi soccorsi, i primi volontari, tutti che urlavano di far largo, che scacciavano le persone inutili. E Stefano e Davide si sentirono totalmente inutili (...)
Quella maledetta mattina del 2 agosto 1980 Stefano sentì lo scoppio della bomba alla stazione di Bologna fin dai portici dell’università, dove era insieme ad altre centinaia di ragazze e ragazzi come lui a cazzeggiare, a fumare, a prendere un caffè al bar in piazza. Lezioni ed esami erano finiti, ma ci si continuava a trovare lì davanti, in attesa di partire per le vacanze. In un primo momento nessuno capì cosa fosse successo. Poi, man mano che i minuti passavano, iniziò a filtrare qualche notizia. Infine, la paura, lo sconcerto, le mani nei capelli, che i ragazzi portavano ancora lunghi come negli anni’70 appena terminati, oppure a cresta per chi seguiva l’ondata punk arrivata da Londra nel ‘77. Anni duri a Bologna: contestazioni, violenza, autonomi, ma anche radio libere, creatività, pensieri e parole che così bene aveva raccontato Tondelli nei suoi romanzi. E il 2 agosto 1980 la strage, un’azione con un obiettivo senza nome né cognome, il sacrificio di vittime innocenti, il cuore del terrorismo nero in una città da sempre sintonizzata sull’opposta fazione.
Mille idee confuse e ad alta voce tra i ragazzi sotto i portici dell’università: andiamo in stazione, ma no che ci andiamo a fare, andiamo a sentire il tg, occupiamo il comune, che cazzo dite andiamo ad aiutare chi è sotto le macerie, ma che aiuto possiamo dare. In quel casino di opinioni lanciate al vento, Stefano guardò inconsciamente l’ora. Le undici meno un quarto. “Cazzo, venti minuti fa Chiara aveva il treno per Ferrara. Cazzo!”. Stefano si mise a correre, seguito dal suo amico Davide, che aveva capito subito dove fosse diretto. Non furono gli unici a correre verso la stazione, in quei minuti cominciò un pellegrinaggio frenetico e costante verso quel nodo di scambi ferroviari diventato poco prima un crocevia di morte. Quando arrivarono nel piazzale, videro davanti a sé il caos. I primi soccorsi, i primi volontari, tutti che urlavano di far largo, che scacciavano le persone inutili. E Stefano e Davide si sentirono totalmente inutili (...)
venerdì 29 giugno 2012
Luci al neon
Pubblicato in "Racconti", Nicola Pesce Editore
Stasera Gilda è riuscita a non dover aspettare per forza la chiusura di Wall Street. Il turno è coperto a sufficienza e ha chiesto un’ora di permesso. Per oggi gli indici di New York possono tranquillamente andare a farsi fottere.
Stasera Gilda è riuscita a non dover aspettare per forza la chiusura di Wall Street. Il turno è coperto a sufficienza e ha chiesto un’ora di permesso. Per oggi gli indici di New York possono tranquillamente andare a farsi fottere.
Mancano cinque minuti alle nove. Potrebbe già spegnere il pc e infilarsi il cappotto sportivo che ha da poco preso in saldo, ma non lo fa. Tutte le sue colleghe di turno lo farebbero, lei no. Irreprensibile sul lavoro, mai un richiamo, mai una disattenzione, mai una telefonata personale. Rapporti di estrema cortesia con tutti, ma fuori da quell’open space asettico al quinto piano della Borsa di Milano li dimentica fino a quando li rivede il giorno dopo.
Dà ancora una rapida occhiata a un paio di quotazioni fluttuanti. Tutto comunque nella norma. Alza gli occhi un secondo dallo schermo e puntualmente scorge a una decina di metri quel porco del suo capo che la sta osservando. Flavio ha per lungo tempo provato a corteggiarla, quasi per un anno da quando Gilda è entrata in Borsa. Tutto sommato con discrezione, senza spingersi a livelli pericolosi di mobbing. Era facile capire che lei non sarebbe stata zitta. La sua condotta non le viene però naturale, non è nella sua indole essere completamente impenetrabile a qualsiasi stimolo da parte dell’ambiente sociale che la circonda. Niente affatto. Ma ha deciso così. Sono ormai passati quattro anni dal suo primo giorno di lavoro e nulla da quel giorno è cambiato. (...)
giovedì 21 giugno 2012
La veglia dei mercanti
Pubblicato in "Racconti", Nicola Pesce Editore
Tra un’ora John morirà. I suoi amici lo sanno e lo stanno vegliando da lontano, anche se da tutto il mondo. A Milano si sono ritrovati in piazza dei Mercanti, occupando a poco a poco la loggia degli Orsi e arrivando fino a piazza Cordusio. Seduti, composti, in silenzio.
Milano è lontana migliaia di chilometri dal carcere dell’Indiana dove John sta passando la sua ultima ora da uomo vivo. Non in libertà, ma almeno vivo. E più passano i minuti, più i ragazzi seduti in piazza sembrano accompagnare il suo tramonto, chi alzando gli occhi al cielo, chi guardandosi le scarpe, chi accendendosi una sigaretta come fosse l’ultima per loro e non per lui.
Quanto dura l’ultima ora di un condannato a morte? Francesco se lo sta chiedendo in questo momento. Ha organizzato il sit-in milanese contro l’esecuzione di John, contattando le varie associazioni, litigando con il comune per i permessi, parlando con radio e televisioni. Un lavoro durato un mese e che tra meno di un’ora sparirà con l’uomo per il quale è stato realizzato, per riapparire fugacemente nella cronaca dei quotidiani di domani e in pochi trafiletti dei free press letti con voracità nei vagoni della metro.
Francesco è convinto di non avere sprecato il suo tempo, anche se in questi minuti non può fare a meno di sentirsi del tutto inutile. Cerca di immedesimarsi in John per capire come ci si può sentire sapendo di dover morire fra poco. Immagina un’attesa infinita prima dell’esecuzione, minuti che non passano mai, attimi identici l’uno all’altro, aspettando soltanto di essere chiamato dalle guardie. La sensazione del tempo che non scorre, come sempre accade quando non c’è altro da fare oltre a dover attendere.
In piazza molti hanno acceso una candela. Alcuni l’hanno appoggiata tra le gambe incrociate, altri la stringono forte in mano. La loggia degli Orsi sembra un presepio illuminato. La massima rappresentazione della vita che sta aspettando un evento di morte. Francesco si alza in piedi per dire poche parole alle persone sedute a terra. Non c’è bisogno di urlare perché nessuno parla e tutti lo stanno fissando. “Pensiamo tutti quanti a John in questo suo ultimo scorcio di vita. Pensiamo a lui e a chi nel mondo sta manifestando insieme a noi. Pensiamo che la nostra attesa non è stata vana e potrebbe contribuire a graziare altri condannati. Infine, se potete, vi chiedo di pensare a quante cose possiamo fare anche solo in pochi minuti. Non siamo riusciti a salvare John, ma possiamo e dobbiamo fare molto altro”.
Francesco si risiede e chiude gli occhi. Molte persone non smettono di osservarlo. Altre uniscono le mani in segno di preghiera e guardano verso la Madonnina. Un gruppetto di ventenni solleva un cartello con scritto “In the name of John”. Il quartetto d’archi invitato per il sit-in intona l’ Ave Maria. I poliziotti che da piazza Duomo sorvegliano la manifestazione allontanano un paio di ubriachi. Da via Orefici arriva il rumore di ferraglia del 27, che frena prima di svoltare in via Mazzini.
John è morto.
La musica del quartetto d’archi prosegue, anche se con tono più sommesso. Le candele si stanno lentamente consumando. Nessuno ha voglia di tornare a casa. In tanti vanno a salutare Francesco, lo ringraziano, lo abbracciano. Lui accenna sorrisi e lentamente si defila con modestia. Sta già pensando a cos’altro fare da adesso in poi. Per Francesco la vita continua, anche nella prossima ora.
Tra un’ora John morirà. I suoi amici lo sanno e lo stanno vegliando da lontano, anche se da tutto il mondo. A Milano si sono ritrovati in piazza dei Mercanti, occupando a poco a poco la loggia degli Orsi e arrivando fino a piazza Cordusio. Seduti, composti, in silenzio.
Milano è lontana migliaia di chilometri dal carcere dell’Indiana dove John sta passando la sua ultima ora da uomo vivo. Non in libertà, ma almeno vivo. E più passano i minuti, più i ragazzi seduti in piazza sembrano accompagnare il suo tramonto, chi alzando gli occhi al cielo, chi guardandosi le scarpe, chi accendendosi una sigaretta come fosse l’ultima per loro e non per lui.
Quanto dura l’ultima ora di un condannato a morte? Francesco se lo sta chiedendo in questo momento. Ha organizzato il sit-in milanese contro l’esecuzione di John, contattando le varie associazioni, litigando con il comune per i permessi, parlando con radio e televisioni. Un lavoro durato un mese e che tra meno di un’ora sparirà con l’uomo per il quale è stato realizzato, per riapparire fugacemente nella cronaca dei quotidiani di domani e in pochi trafiletti dei free press letti con voracità nei vagoni della metro.
Francesco è convinto di non avere sprecato il suo tempo, anche se in questi minuti non può fare a meno di sentirsi del tutto inutile. Cerca di immedesimarsi in John per capire come ci si può sentire sapendo di dover morire fra poco. Immagina un’attesa infinita prima dell’esecuzione, minuti che non passano mai, attimi identici l’uno all’altro, aspettando soltanto di essere chiamato dalle guardie. La sensazione del tempo che non scorre, come sempre accade quando non c’è altro da fare oltre a dover attendere.
In piazza molti hanno acceso una candela. Alcuni l’hanno appoggiata tra le gambe incrociate, altri la stringono forte in mano. La loggia degli Orsi sembra un presepio illuminato. La massima rappresentazione della vita che sta aspettando un evento di morte. Francesco si alza in piedi per dire poche parole alle persone sedute a terra. Non c’è bisogno di urlare perché nessuno parla e tutti lo stanno fissando. “Pensiamo tutti quanti a John in questo suo ultimo scorcio di vita. Pensiamo a lui e a chi nel mondo sta manifestando insieme a noi. Pensiamo che la nostra attesa non è stata vana e potrebbe contribuire a graziare altri condannati. Infine, se potete, vi chiedo di pensare a quante cose possiamo fare anche solo in pochi minuti. Non siamo riusciti a salvare John, ma possiamo e dobbiamo fare molto altro”.
Francesco si risiede e chiude gli occhi. Molte persone non smettono di osservarlo. Altre uniscono le mani in segno di preghiera e guardano verso la Madonnina. Un gruppetto di ventenni solleva un cartello con scritto “In the name of John”. Il quartetto d’archi invitato per il sit-in intona l’ Ave Maria. I poliziotti che da piazza Duomo sorvegliano la manifestazione allontanano un paio di ubriachi. Da via Orefici arriva il rumore di ferraglia del 27, che frena prima di svoltare in via Mazzini.
John è morto.
La musica del quartetto d’archi prosegue, anche se con tono più sommesso. Le candele si stanno lentamente consumando. Nessuno ha voglia di tornare a casa. In tanti vanno a salutare Francesco, lo ringraziano, lo abbracciano. Lui accenna sorrisi e lentamente si defila con modestia. Sta già pensando a cos’altro fare da adesso in poi. Per Francesco la vita continua, anche nella prossima ora.
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